LA VERITÀ NON DIPENDE DA NOI
Pubblicato da Ciro Sbailò su luglio 21, 2007
Caro Diego, sono molte le questioni che sollevi. Ma, come sempre accade nelle discussioni autentiche, uno solo è il punto decisivo. A me pare che esso possa essere descritto così: il tramonto della moderna superstizione del nesso costitutivo tra il soggetto, il mondo e la volontà.
Credo che il primo a intuire con forza questo tramonto sia stato non Nietzsche, ma il buon Schopenhauer. Dico il “buon” perché a mio avviso c’è in lui una carica di umanità e di pietà decisamente post-moderna e tutta da scoprire (così come in Leopardi, del resto). Al contrario di Nietzsche, che mi è sempre parso un figlio degenere e ingrato di Cartesio, che ha combattuto fino alla fine, fino alla follia, contro il destino della modernità, contro l’umana riconquista del limite costitutivo dell’umano. È un grande. Su questo non ci sono dubbi. Ma appartiene -di quest’impressione non sono mai riuscito a liberarmi- a una brutta razza di filosofi. Appartiene alla razza dei Gorgia e degli Spinoza, di quelli che decidono di non tollerare l’angoscia che accompagna il cammino umano.
Me cercherò di mettere ora un po’ d’ordine in questi pensieri, senza tuttavia distaccarmi troppo dalla regola che ci siamo dati: discutere liberamente, come si fa a cena o prendendo una cerveza a metà mattinata.
Comincio con Schopenhauer. Ha il grande merito di avere portato alla luce l’aporia interna alla moderna metafisica della volontà. Egli si volge alle filosofie orientali perché ha capito subito che la malattia della modernità e profonda e radicale. Ha bisogno di guadagnare un altro punto di vista, che gli consenta di descrivere il problema senza essere coinvolto. Egli dice quel che Kant ha sempre cercato di non dire (ha lavorato un’intera vita per non dirlo, ma era troppo onesto per mentire a se stesso e a un certo punto ha parlato: vedi le pagine inquietanti dell’Analitica trascendentale sulla vertigine della necessità e l’abisso della ragione). Egli smaschera Cartesio. Il nesso moderno tra soggetto, volontà e realtà non può che portare alla riduzione dell’intero mondo a rappresentazione. Il velo di Maya viene squarciato dalla consapevolezza che questa stessa riduzione è figlia della volontà. Una consapevolezza immediata, corporea. Ma il prezzo da pagare per questa scoperta è alto: la rinuncia alla volontà o l’ascesi.
Il buon, vecchio Schopenhauer aveva il vizio dell’onestà intellettuale. Era un uomo coraggioso. E credo che noi si debba avere oggi il suo medesimo coraggio. Anche se il coraggio ci porta – è questa la mia convinzione, vorrei sapere che cosa ne pensi – nella direzione opposta.
Dobbiamo prendere atto che la modernità ha dato tutto quello che poteva dare. Il soggetto è finito. La volontà è finita. La rappresentazione è finita. Ma non nel modo in cui voleva Nietzsche, che decostruisce il soggetto con gli strumenti del soggettivismo e scava una fossa senza fondo alla propria coscienza.
No. Bisogna avere il coraggio di accettare quella fine come un “dato di fatto”, un “evento” (un “dono”? forse…), un ac-cadimento, non il frutto di una decisione. È una krisis nel senso letterale, una caduta immediata e irreversibile, unica, inaspettata e catastrofica (katastrophé).
Bisogna tornare al problema dei problemi. Bisogna tornare a occuparsi della “verità”, ma non nel senso in cui siamo abituati.
La verità è una “follia”, diceva Leonardo Sciascia, una “circolarità assoluta”. Ma, aggiungeva, per fortuna ci sono i “fatti”.
Di qui bisogna partire, a mio avviso. Bisogna partire dalla verità e dal suo rapporto con i fatti.
La malattia dei moderni è quella di considerare la verità come una proprietà del soggetto, dell’uomo, della coscienza. Qualcuno dice che è una malattia antica, addirittura originaria, dell’Occidente. Heidegger, ad esempio. Nei suoi scritti sui Greci, negli ultimi anni, sostiene che l’interpretazione della verità come “correttezza del rappresentare” è già in Platone.
Non voglio, qui, entrare nel merito. Si snaturerebbe questa nostra conversazione. Diventerebbe una disputa dotta tra dotti, ovvero esattamente l’opposto di ciò che vuole essere. Una cosa, però, devo dirla. Heidegger penetra Platone più di chiunque altro. Forse la parte migliore del suo pensiero è proprio qui e mi aspetto che tra qualche anno i testi suoi più letti e discussi siano, per l’appunto, quelli normalmente raccolti col titolo di “Wegmarken”. Ma il nostro folletto di Messkirch è troppo consapevole della propria bravura. È troppo vanesio. E non resiste alla tentazione, una volta che ha assorbito e metabolizzato Platone, di usarlo come meglio gli pare. Egli, così, ne fa l’origine della decadenza dell’Occidente (si pone sul sentiero di Nietzsche, in questo modo, pur dopo averlo criticato). Mentre invece è possibile vedere Platone (e per certi versi anche Parmenide) in un altro modo, proprio stando all’analisi di Heidegger: l’espressione dell’originaria consapevolezza che l’uomo occidentale ha dell’abisso su cui cammina. Insomma, Platone (con Parmenide, ma poi ne parliamo, se vogliamo…) è il farmaco, non la malattia.
Ma torniamo al punto. Dobbiamo nuovamente interrogarci sul senso originario della verità. Verità è originariamente a-letheia, ovvero “sveltezza”. È il manifestarsi, il venire alla luce, il venirci “incontro” di qualche cosa. La verità non dipende da noi. Noi dipendiamo dalla verità. Dire che qualche cosa “è vero” significa, in questo senso, dire che si sta svelando, che sta venendo fuori. Ma ogni venir fuori comporta il restare in ombra di tutto il resto. L’ente con cui abbiamo a che fare viene fuori, lasciando nell’ombra tutto il resto. Ma in questo modo, lo svelamento ri-vela la totalità della realtà. La physis, infatti, “ama nascondersi” (Eraclito). Ma quel nascondimento è il fondamento, non il limite della conoscenza. Esso racchiude il segreto della nostra esistenza determinata, corporea, del nostro essere nel mondo come persone, che vedono “per adombramenti” (Husserl?). Interpretare lo svelarsi come un prodotto del soggetto e quell’“ombra” come un vuoto: ecco la malattia moderna. Malattia infantile, come la varicella, che ci ha fatto crescere, ci ha reso grandi e forti. Dico “noi”, gli Europei. Ma quel virus, ora, può ucciderci.
Il soggetto cartesiano-nietzscheano è morto. E se non ne prendiamo atto, la sua decomposizione ammorberà sempre più l’aria che respiriamo.
Mi fermo qui e salto immediatamente alle conclusioni.
Il dogmatismo giuspositivistico muore insieme al soggetto e alla ragione moderna. Il paradigma della “legalità” sta andando a farsi benedire. Ovviamente, tutto è cominciato nel diritto internazionale, che è empiria pura. Poi è venuto il resto. Le Corti, ormai, decidono al posto dei parlamenti, senza confini statali e nazionali. Persino i principi del giudice naturale e della irretroattività della norma stanno andando in crisi. Tutto questo non mi spaventa, salvo che il testardo uomo europeo continua a pensare che tutto dipenda dalla sulla volontà, dal soggetto. E così, a Bruxelles si producono tonnellate di carta per mettere ordine nel mondo. Mentre invece basterebbe accettare l’idea che non c’è più un “centro” (l’equivalente giuridico e geopolitico del soggetto), non ci sono più percorsi decisionali descrivibili in modo matematico. Bisognerebbe umilmente accettare l’idea che la politica non deve progettare, ma sanare, regolamentare, indirizzare, dirimere conflitti.
Insomma, la provocazione che ti lancio è questa: siamo al declino della civiltà della “critica” e del “progetto”? stanno ridiventando attuali i paradigmi del “commento” e del “servizio”? Per fare qualche esempio concreto: stanno ritornando attuali i poteri e i corpi “intermedi”? c’è un rapporto tra tutto ciò e la fine del “soggetto” moderno (di Cartesio-Nietzsche)?
Amico mio, ho parlato col cuore in mano, come vedi. Mi sono attenuto alla massima di un grande russo: “Non limare, non smussare, ma vai avanti, goffo e sereno”. Aspetto di sapere che cosa ne pensi. Un abbraccio.
Ciro.
Al momento l'inserimento di commenti non è consentito.