Ci siamo incantati col disincanto
Pubblicato da Ciro Sbailò su maggio 31, 2007
“Ci siamo troppo incantati col disincanto”. Credo che la frase sia di Massimo Cacciari. Io la sentii durante un corso di perfezionamento post-universitario a Napoli, a metà degli anni Ottanta. O forse la disse a me in uno dei nostri colloqui, a Venezia, nella calle san Tomà. Fatto sta che quella frase resta una chiave d’accesso formidabile al nichilismo dei nostri giorni.
Qualche anno dopo è uscita “La fine della storia” di Fukuyama. E dopo un po’ ci accorgemmo che non solo la storia non era finita, ma che si tornava a combattere, uccidere e morire per un’idea, un pregiudizio, una fede. La storia non finì quando le truppe napoleoniche passarono sotto la finestra di Hegel a Jena (“ho visto lo spirito del mondo a cavallo”). Non è finita quando è crollato il muro di Berlino. C’eravamo davvero incantati col disincanto. C’eravamo illusi che le guerre fossero riconducibili a questioni di carattere economico. Avevamo veramente creduto che la diffusione del libero mercato e della democrazia avrebbe portato la pace.
È paradossale come i figli di quell’illusione illuministica militino oggi tra le fila dei pacifisti a senso unico. Parlo di quanti dicono che al-Qaeda sarà sconfitto quando la questione palestinese sarà risolta e la povertà nel Sud del mondo sarà eliminata. Costoro sono i veri riduzionisti di oggi.
A ben vedere, è questo il “pensiero unico” di oggi: il riduzionismo.
Cercherò di spiegarmi. Costoro partono dal presupposto che l’uomo sia una creatura fondamentalmente razionale e volta al bene. Non si tratta, come potrebbe sembrare, di una convinzione innocente. È una scelta ideologica, che contiene in sé un’inaudita carica di violenza. Affermare che l’uomo è una creatura razionale e volta al bene significa riportare il mondo intero alla rappresentazione, intesa come attività intellettiva. Infatti, le componenti non-razionali – l’aggressività, la passione, l’affetto, i legami di sangue (insomma, tutto ciò che è “natura”) – vengono tendenzialmente considerate come sostanzialmente estranee alla natura umana, come fenomeni esterni, spiegabili con il ricorso alle scienze naturali e, dopo l’Illuminismo, anche alle scienze sociali.
Questo atteggiamento mi ha sempre ricordato quello di molte eresie cristiane. Queste, infatti, sono spesso accomunate dal rifiuto del paradosso del Dio che si fa uomo, ragion per cui, si tende, in certi casi, a fare di Gesù un dio travestito da uomo e, in altri, un uomo ispirato da Dio.
In effetti, secondo la dottrina cristiana, Gesù è vero Dio e vero uomo e, proprio per questo, salva l’uomo nella sua interezza, nella sua carnalità, fatta anche di passioni e pulsioni.
Chi si scandalizza dell’uomo-Dio si scandalizza anche dell’uomo-uomo, dell’uomo impastato di carne e di terra, che cammina “sulla solida terra” e si “orienta” cercando di occupare lo spazio, anche a spese altrui, fin quando non incontra chi istituisce uno ius, con l’autorità che gli viene dalla forza spirituale, dalla tradizione, dal carisma.
Il razionalista è un moralista intollerante. Se le “passioni” sono riconducibili a ciò che di non-umano c’è nell’uomo, questo autorizza anche a “liberare” – con la forza, se necessario – l’uomo da ciò che non è umano. In questo, il comunismo ha in sé una carica di violenza estrema, perché punta a “umanizzare” l’uomo liberandolo dal naturale istinto al possesso e all’intimità. Non parlo della “rinuncia” francescana (a me, sai, quanto cara) che parte dall’acquisto di un Bene più grande, al cui confronto gli altri impallidiscono. Parlo di Pol-Pot e di Stalin (ma anche del grande Marx). Parlo anche del Big Brother di Orwell in 1984.
Ma c’è un’ideologia più forte, distruttiva e radicale del comunismo. È l’ideologia riduzionistica, oggi imperante. E torniamo qui al punto. Secondo quest’ideologia, l’umano deve continuamente rendersi libero rispetto alle sue determinazioni sociali e naturali: identità sessuale, legami familiari, origini, lingua, aspetto fisico…. Tutto diventa scelta o, meglio, opzione.
Sì, contro questa cultura dobbiamo alimentare ciò che nella natura c’è dato. Condivido ciò che dici (se interpreto bene): il nichilismo equivale all’oblio della terra.
Sicché, per tornare all’altra questione che mi poni, ritengo che il tentativo di spiegare i conflitti in termini puramente sociali ed economici equivalga a negare all’uomo la sua natura terrestre.
Ritorno al punto di partenza. Ci siamo incantati col disincanto. Troppe volte l’intellettuale europeo ha creduto che la soluzione dei grandi problemi naturali e sociali avrebbe liberato l’uomo dalle ideologie perniciose e, dunque, dai conflitti. Troppe volte la natura terrestre dell’uomo è stata dimenticata.
Ora io ti chiedo: non trovi che sia degna di nota la frequente coincidenza, in ambito politico, tra il pacifismo (vero o presunto) e la tendenza a trasformare le determinazioni dell’umano (sesso, famiglia, ecc.) in pure opzioni indivduali? E ancora: il paradigma riduzionistico, oggi vincente, come può essere spiegato ai giovani, che a volte lo vivono senza rendersene conto, senza riuscire a isolarlo, quasi fosse qualche cosa di ovvio e naturale?
Mi fermo qui, amico mio. La ragione è molto semplice. Ho l’impressione di avere messo troppa carne a cuocere (e nessuno di noi due è vegetariano).
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