Tutta colpa di quel francese freddoloso…
Pubblicato da Ciro Sbailò su maggio 10, 2007
Caro Diego, un tema mica da niente quello che proponi! Amico mio, sono piuttosto imbarazzato. Mi sfidi su un terreno che mi è caro, come sai. Talmente caro, che preferisco camminarvi sopra in silenzio, senza parlarne, soprattutto senza scriverne. Ma tu mi sfidi. E come dire di no? Sarebbe come rifiutare una “Copa de vino tinto” solo perché si è a stomaco vuoto. Non sia mai. Eccomi, dunque, a cercare di risponderti.
Il problema è superare una visione biologica e genetica della vita, per trovare un principio alternativo, di carattere etico.
Se capisco bene, il problema è la visione strumentale della vita. Vorrei cercare di circoscrivere il tema, cercando di capire da dove nasce la questione. Essa mi pare originare dalla visione strumentale dell’uomo. Noi ci interroghiamo intorno alla vita, perché di questa l’uomo è considerata l’espressione più alta. L’uomo sa e ricorda di vivere. L’uomo progetta e vive oltre la vita: egli fa la storia. L’uomo è memoria. Il che vuol dire che l’uomo è progetto. Il vincolo tra memoria e progetto può essere pensato solo postulando la libertà.
Il problema della vita a ben vedere si identifica con quello della libertà.
Mi viene da pensare a Cartesio. Con la modernità, l’uomo impara a dominare il mondo con gli strumenti della logica e della matematica. Ma per fare questo, deve rinunciare alla libertà. In questo modo, deve rinunciare anche alla vita.
Ecco quello che voglio dire: la riduzione della vita a mezzo è figlia dell’interpretazione della vita come oggetto di conoscenza.
Qui devo tornare a un mio conterraneo, che tu sai quanto amo: Giambattista Vico (a due passi dalla sua vecchia casa fanno la pizza più buona del mondo). Fu lui a individuare per primo la questione. La filosofia di Cartesio – egli diceva – commette un errore fatale: non costruisce una teoria fisica volta a interpretare i fenomeni, ma pretende di portare alla luce la “natura” (la “physis”, che, dicevano i Greci, “ama nascondersi”).
Ecco, caro amico, la questione che tu poni è radicale. E la risposta non può essere da meno. Occorre andare alla radice del problema.
Insomma, dicevo, Vico toglie la “maschera” a Cartesio. Questi vorrebbe dirci che cosa la natura “è” realmente. Che folle presunzione. Eppure: che grande verità intuì quel francese dalla salute malferma, che odiava i caminetti della sua patria e amava le grandi stufe del profondo nord. In lui viveva l’ansia tutta moderna di distruggere tutte le incertezze della vita e del pensiero che ostacolano il pieno dispiegarsi della volontà di potenza. Il sogno di Cartesio (e della modernità) si realizza pienamente solo con la morte. Se si può dire che cosa la natura realmente “è”, allora la si può anche dominare. Dire che cosa “è” significa isolarla, farne un oggetto (i presocratici! Loro sì, avevano intuito dove s’andava a parare: “Il non essere non puoi né dirlo, né pensarlo”,diceva un altro mio vicino di casa). Fare della natura un oggetto significa circo-scriverla, vale a dire inserirla nel nulla e, dunque, afferrarla con le due mani, dominarla.
Il dominio della natura e il dominio della vita sono la stessa cosa.
Noi sappiamo come rispondeva Vico. Si conosce – egli diceva – quel che si fa. L’uomo non può conoscere la natura perché questa gli è “data”. Può solo interpretarla. La coscienza di qualcosa non si identifica con la conoscenza di qualche cosa. E così il criterio dell’evidenza va a farsi benedire. Non basta che qualche cosa sia immediatamente evidente alla coscienza perché il possa dire di conoscerla. La conoscenza è conoscenza diretta delle cause. Si conosce ciò che si fa. L’uomo conosce le proprie astrazioni, per cominciare. Ma, soprattutto egli fa la storia ed è la storia il vero oggetto della conoscenza umana.
L’uomo non conosce la natura, gli è data. Non conosce la vita, gli è data.
Mi viene in mete anche Dilthey, che vedeva nella vita una sfinge, posta al di là della ragione.
Non credi che bisognerebbe cominciare proprio da qui? Prendiamo, ad esempio, la visione tendenzialmente strumentale della vita che si sta affermando nei nostri ordinamenti giuridici. Non parlo delle nostre Costituzioni. Lì, per fortuna, il vento corrosivo del nichilismo non è arrivato (a tale riguardo ho una teoria, che qui,al momento, sintetizzo con una battuta: Thank you, USA!). Mi riferisco, invece, alle tante legislazioni civili dove ciò che nella natura c’è dato (l’identità sessuale, la famiglia e così via, fino alla vita stessa) viene ridotto sotto il dominio della volontà.
Caro Diego, mi fermo qui. Non so se ho risposto alla tua domanda. Anzi, sono sicuro di no, perché ho solo cercato di fissare qualche termine dalle questione. Pertanto, ti rilancio la palla, e ti chiedo: non trovi che per combattere la visione strumentale della vita, prima anciora di cercare dei valori, occorre mettere in discussione il modo stesso con cui intendiamo la vita e, in ultima analisi, la natura? Non trovi, inoltre, che nelle nostre legislazioni occidentali ci sia, ormai, un nichilismo imperante?
Al momento l'inserimento di commenti non è consentito.